Profumo di Francia

Piccole felicità in venti metri quadri

Come l’ho conosciuto, ve l’ho raccontato un anno e qualche mese fa.
E che non fosse un posto qualsiasi- uno della lunga lista di locali parigini che potrebbero piacerti e quindi tieni appuntato per il prossimo viaggio- lo avevo capito da subito. Ma questa volta, oltre a fissare un tavolo per cinque per la cena del mercoledì, avevo preso contatti in anticipo. Sfidando la mia timidezza nel propormi a persone nuove, ho chiesto alle animatrici del Troisième Café se fossero interessate ad un corso di pasticceria italiana, nei giorni in cui ero a Parigi. E così, dopo uno scambio di mail ed una riflessione sulle ricette da proporre, martedì scorso sono partita con una sac à poche nello zaino, una lista di ingredienti in francese ed un appuntamento per sabato pomeriggio.

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La scelta delle ricette è stata guidata da due desideri: proporre qualcosa di molto amato dai francesi e portare un po’ dei profumi delle mie origini. Così il programma di quel pomeriggio prevedeva un classico tiramisu e due tipi di biscotti, i cantucci alle mandorle toscani ed i meini della mia nonna. Tutti i dolci sarebbero poi finiti nel menu serale, una cena italiana preparata da uno degli chef che partecipa alle attività associative.

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Dunque sabato dopo pranzo, sono partita con il bus n. 38 dal Jardin du Luxembourg, per attraversare in linea retta la città ed arrivare fino all’alto Marais. Un grembiule rosso in borsa- acquistato girottolando per Parigi, tra un museo ed una pasticceria- e tanta emozione. Ad aspettarmi il caos allegro del Marché des Enfants Rouges, dove ancora si spandevano profumi di cucina marocchina misti a chiacchericcio, mentre il café in quel momento era vuoto, qualcuno finiva di pulire, faceva i conti del pranzo e l’aria era quella di una casa da cui sono andate via da poco delle persone, dopo un pranzo tra amici.

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Poco a poco sono arrivati i partecipanti, una coppia di ragazzi molto giovani, una mamma con la sua bambina, un signore sulla settantina e un gruppo di signore di varie età. La trasversalità di questo posto non smette mai di stupirmi e di rincuorarmi. Difficile capire se qualcuno già si conoscesse, probabilmente no, ma il clima familiare ha tolto ogni imbarazzo. Il tempo di riunire i piccoli tavoli da bistrò per formarne uno grande, e senza troppe formalità abbiamo iniziato a lavorare. Scopro subito che ciò che ha attirato di più tutti è stato il tiramisu, ricetta amatissima dai francesi e da questa cominciamo, proprio dalle basi, proprio dai biscuits à la cuillère, i nostri savoiardi, che in Francia come in Italia più facilmente si acquistano già pronti. Per la crema al mascarpone, mettiamo in pratica la tecnica di pastorizzazione delle uova che rende il dolce più digeribile e meno a rischio.

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Tra un uovo e l’altro, discutiamo di mascarpone, di come la sua qualità possa influire sulla riuscita del tiramisu donandogli una giusta cremosa consistenza. Il nostro tiramisu sarà classico, con bagna al caffè- fatta con un 60% di caffè ed un 40%di zucchero- pezzetti di cioccolato fondente sparsi nella crema ed una spolverata finale di cacao in polvere. Non poterlo assaggiare subito è una vera prova di forza.
Mentre savoiardi e crema si legano in frigo, prepariamo i biscotti. Per i meini, Anne, una delle animatrici del café, è riuscita a trovare anche i fiori di sambuco, non così conosciuti ed usati dai francesi. Impastiamo la frolla e inforniamo le prime teglie. Il tempo vola, mentre qualcuno mi viene in aiuto con una parola che manca al mio vocabolario, altri si informano sul menu della serata e si alternano le domande sulle preparazioni che stiamo realizzando. Abbiamo ancora spazio per l’ultima ricetta, i cantucci alle mandorle, di cui i francesi annoverano una versione simile nella loro pasticceria tradizionale. Quando sono in forno, il gruppo va in aiuto dello chef, tagliando verdure e frutta per la cena. Nel frattempo sono arrivati due ragazzi con una chitarra, sistemano il loro impianto ed iniziano a provare i microfoni.

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Questo è il bello. In poco più di venti metri quadri, si cucina, si imbastisce una cena con i fiocchi, si suona e si può anche vedere, appesa alle pareti, una bella mostra fotografica. Per l’ora di cena il gruppo si allarga, il café si riempie mentre suonano la prima canzone.
C’è tanta gente, ci sono storie da ascoltare- una signora che parla bene l’italiano perchè ha vissuto per sette anni tra Roma e Genova, un’artista brasiliana venuta a studiare a Parigi e poi rimasta qui- e un senso di piccola importante comunità che con semplicità aggrega persone diverse. Ti accorgi così che Parigi non è solo la metropoli in cui puoi correre il rischio di sentirti sola su un autobus pieno di gente. Perchè come qualcuno ha detto questa sera, davanti ad un piatto di lasagne, un bicchiere di vino ed una porzione di tiramisu, “Il faut qu’on se parle”.
Per scoprire che, alla fine, il mondo è davvero piccolo.

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