Souvenirs

Quei ritorni che profumano di buono

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Mancavo dalla Sardegna da troppi anni, venti o poco più.
Di quei viaggi con i genitori mantengo ricordi definiti.
La bellezza del mare, il numero incalcolabile di bagni, Cala Gonone, Cala Luna, le barche prese al mattino al porto, le passeggiate serali, i bellissimi gioielli di filigrana.
Ma anche, come fosse un segno, il profumo del pane fatto in casa dalla signora che ci ospitava e le preziose scatole di biscotti che ogni volta riportavamo a casa.
Savoiardi grandissimi, morbidi amaretti, i sospiri incartati nelle loro veline colorate e tutta una serie di biscotti ripieni di un impasto scuro e ricco.
La pasticceria sarda è rimasta nella memoria, con i suoi nomi ed i suoi sapori, anche se per tanto tempo non sono più tornata sull’isola. Fino a quest’anno.

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Complice il fatto che sono sempre stata più attratta dal verde che non dal mare, per anni ho tralasciato un tipo di vacanza che, invece, quest’estate era esattamente ciò di cui avevo bisogno. Avevo dimenticato la bellezza di fare tardi in spiaggia fino a quando non c’è più nessuno e soprattutto quanto il vento delle isole potesse farmi sostenere il caldo e goderne, anzi, dei benefici.
Questa vacanza è stata una riscoperta.
Della Sardegna, di alcuni aspetti di me, della possibilità di lasciarsi andare a tempi e ritmi inusuali.
Ed anche della pasticceria sarda e dei suoi infiniti sapori.

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Infiniti perchè semplicemente cambiando zona, cambiano forme, dettagli, aromi.
Nelle pasticcerie di Alghero, in tutte quelle in cui sono entrata, il profumo dominante era quello dell’anice, così familiare per una toscana.
Ho ritrovato quel sapore nei papassini, una volta a casa, ma gli stessi biscotti, mi dicono, possono avere solo scorze di arancia e limone nell’impasto, se fatti in un’altra parte della Sardegna.
Per capire la complessità di questa pasticceria regionale, ho ripreso un grosso libro- una vera e propria enciclopedia- dedicato ai dolci sardi.

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E’ il prestito di una delle mie corsiste più care e meriterebbe uno studio approfondito.
Per il momento ho ricercato nell’indice i nomi che mi sono rimasti in mente o che ho trascritto sul taccuino.
Ma oggi ho scelto le casadinas, che per me hanno una storia un po’ particolare.
La ricetta e’ sempre girata per casa.
Mia mamma l’aveva- chissà perchè- ritagliata da qualche rivista e ad un certo punto compare, trascritta con precisione, in uno dei miei quaderni, con una datazione di circa venti anni fa.
Mi sono sempre chiesta se avesse una vera attinenza con la Sardegna o fosse una semplificazione, un uso di una forma tipica ma con un ripieno rivisitato.
Quest’anno, ho ritrovato questa forma nelle formaggelle ed ho scoperto che prendono un nome diverso a seconda delle zone- pardulas, casadinas o casgiatini- che possono essere fatte con ricotta o formaggio, essere aromatizzate con solo agrumi, oppure con zafferano o erbe aromatiche ed essere arricchite o meno con uvetta.
Ne esistono anche versioni salate e tutte sono, in origine, tipiche del periodo pasquale.

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Non me ne vogliano i sardi, per una ricetta che contiene comunque delle semplificazioni- per esempio l’uso dell’olio al posto dello strutto, nella pasta- e che non ha la pretesa di essere originale, ma più un ricordo di un dolce stranamente diventato familiare, ancor prima di averlo assaggiato nella sua terra di origine.
Quelle che ho mangiato in Sardegna quest’anno, erano, per esempio,  sicuramente meno gialle, prive dello zafferano, che però io ho conservato, perchè è una profumazione che amo nei dolci. Ma quello che mi piace di più delle casadinas è la loro forma, la pasta pizzicata a formare un piccolo cestino dal bordo decorativo, nel quale il maggior numero di pieghe è sinonimo di abilità. Sembrano piccoli soli e in un attimo mi riportano a quei giorni luminosi e asciutti che quest’estate mi hanno fatto così bene.

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Casadinas

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Serves: 18-20 pz Cooking Time: 18-20'

Ingredients

  • Per la pasta
  • 250 g di semola, 20 g di olio, un pizzico di sale, acqua tiepida
  • Per il ripieno
  • 250 g di ricotta di pecora, 20 g di farina, 2 tuorli (circa 35 g), 120 g di zucchero semolato, scorza di arancia e limone, 40 g di uvetta, la punta di un cucchiaino di zafferano, un pizzico di sale.

Instructions

1

Impastare semola ed olio con un pizzico di sale, aggiungere acqua tiepida poco alla volta fino ad ottenere un impasto liscio, omogeneo, morbido ma non appiccicoso. Coprirlo con una ciotola a lasciarlo riposare a temperatura ambiente per almeno 30 minuti.

2

Preparare il ripieno. Ammorbidire l'uvetta in poca acqua tiepida. Lavorare tutti gli altri ingredienti fino ad ottenere una crema omogenea, senza grumi. Aggiungere infine l'uvetta e conservare in frigo.

3

Stendere la pasta sottile, ma non trasparente come una strudel. Tagliare dei dischi di 10 cm di diametro e disporli su una teglia coperta di carta forno. Al centro di ogni disco mettere un cucchiaio di ripieno. Chiudere la pasta tutto intorno, pizzicandola fino a formare un bordo.

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Cuocere a 170 gradi per circa 18-20 minuti (la pasta non deve prendere troppo colore).

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2 Comments

  • Reply
    natadimarzo
    25 agosto 2016 at 11:25

    Come te da piccola ho passato in Sardegna molte vacanze con i miei genitori e ricordo quei momenti con un affetto incalcolabile e una gran nostalgia di piccole cose come appunto i savoiardi sardi inzuppati nel latte la mattina in agriturismo.
    Non ci torno da tanto un po’ consapevole che non sarebbe la stessa cosa, anche se un po’ le foto della 500 gialla con lo sfondo del mare me ne hanno fatto tornare voglia 🙂

  • Reply
    isabella
    1 settembre 2016 at 12:13

    ciao, e grazie per questa ricetta bellissima.
    mi potresti dire per cortesia il titolo del libro di ricette sarde che si vede nella foto?
    grazie mille
    isabella

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